Primo giorno

Da poco è passato il primo dicembre, per me il primo giorno d’inverno perché dalle mie finestre vedo la brina nei campi, sui tetti davanti al mio, e mi dispiace solo aver finito la legna perché vorrei sciogliermi davanti al camino. è stato un primo giorno per tanti aspetti: il primo giorno del mio secondo anno di formazione e di un nuovo semestre di tirocinio, il primo giorno in cui ho avuto voglia di addobbare la casa per in Natale e fare biscotti di pasta frolla. è stato il primo giorno di lavori in un’altra casa che è restata vuota per molti mesi e che rimessa a posto sarà di nuovo calda e abitata.

Questi mesi di formazione, mi hanno portata fuori dall’ospedale e anche dagli ambulatori, molto spesso direttamente nelle camere da letto della gente, in case di città o nei vicoli di montagna, e nonostante le tante volte che mi sono sentita annoiata dalla routine del tirocinio, non posso che fare tesoro di questo periodo che ha fatto di me una persona più consapevole. Sono entrata in contatto persone con disagi dei tipi più diversi, con molti stranieri, poveri, persone sole, con dipendenze, tanti anziani, e mi hanno insegnato a non giudicare, non dire se non si conosce, perché davanti alle case in cui sono entrata ero passata in macchina tante volte, ma mai avrei potuto immaginare quali miserie nascondessero finché non vi ho messo piede per un prelievo, per una medicazione. A volte è bastato un racconto perché mi venissero aperte le porte di case che non ho visitato ma solo immaginato, chi le abita ha tratteggiato per me le sue mura e dipinto le dinamiche che vi si svolgono all’interno.

Si tende a guardare la nostra normalità  e pensare che il nostro sia l’unico modo possibile per vivere, troviamo inaccettabile chi non si comporta come noi, ma non siamo e non potremo mai essere tutti uguali: ognuno vive il suo tempo come riesce, o come vuole, e vederlo con i miei occhi mi ha fatto capire quanto siano inutili i tanti giudizi che si costruiscono anche nella mente della persona più riflessiva. Ascoltare è sufficiente e per fare al meglio il mio lavoro dovrò sospendere tanti giudizi, cercare di non farmi influenzare né dalla morale né dalla pena ma restare lucida sulle necessità della persona che ho davanti, su cosa posso fare per soddisfarle chiunque sia, comunque viva.

Questi sei mesi sul territorio mi hanno fatta sentire vicina alle mie radici, perché ho passato molte mattine nei paesini di montagna e tutti quei vecchietti che ho incontrato avrebbero potuto essere i miei nonni, con qualche sfortuna in più. Parlano la stessa lingua, ragionano con la stessa testa. “Se mi togliessero di qui morirei”, mi ha detto una signora, parlando della campagna dove probabilmente è nata. L’orto, le olive da raccogliere, una stufa sempre accesa in tutte le cucine. In tutti i salotti, le stesse foto: di matrimoni, di comunioni, ritratti in bianco e nero di giovani belli sorridenti di cui non resta nemmeno l’ombra, dietro volti stanchi e persi, solcati dalle rughe e da troppi anni. Qualcuno mi ha offerto il caffè, qualcuno mi ha messo in mano una busta con le proprie analisi del sangue da interpretare, “le guardi lei, che ne capisce”. Spero che troverò spesso un gatto nelle case dei miei pazienti, perché in questo periodo è stato una modo perfetto modo per instaurare un contatto con il suo umano. “Mi fa tanta compagnia, anche a lei piacciono i gatti?”. Realizzo che sono sempre meno imbarazzata fra la gente, riesco a comunicare meglio di prima.

Non sono mancati momenti di leggerezza e condivisione tra colleghe in cui si è parlato di musica, libri, viaggi, e c’è stato uno scambio di saperi non solo medici: ho imparato come si fa una medicazione e in cambio spacciato pasta madre, e sono felicissima di ricevere ogni domenica le foto e i messaggi entusiasti da una nuova impastatrice! Avrei voluto scattare una foto al giorno perché percorrere ogni settimana le stesse strade mi ha permesso di godermi lo scorrere delle stagioni in scorci del tutto nuovi, soprattutto l’autunno mi ha incantata finché il vento di dicembre non ha iniziato a soffiare e spogliato gli alberi lasciando ai loro piedi un tappeto dorato.

Questa è dell’ultimo giorno.“Signora, arriviamo, ci faccia fare una foto…vedesse che grigio c’era giù, mica come qui”. In due a bocca aperta sul mare di nebbia che man mano svelava le colline di fronte a noi, a cercare di catturare questa splendida luce, perché quando si capisce l’anima di certi luoghi li si ama e basta.

dav

 

 

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