Un giorno a Roma

 

Finalmente una piccola gita!

Mi attende un agosto faticoso, ma è pur sempre estate, quindi era l’ora di organizzare un giretto. In definitiva, viste le spese per la Soffitta e l’invernata di studio abbiamo passato la domenica a casa praticamente sempre, e dopo Parigi non ci eravamo mossi di qui.

Stavolta, davvero, nessuna cartina né programma, un’intera giornata a zonzo senza meta, da vivere a pelle e senza pianificare nulla, con due soli obiettivi: per me, la mostra di Frida Kahlo alle scuderie del Quirinale, per l’Orso, amatriciana a Trastevere.

Quindi Roma, un solo giorno ma intenso, come quando viaggiamo noi, che non ci risparmiamo a costo di rientrare stanchi morti, ma quando si va “a giro” si fa sul serio. Sveglia all’alba, Frecciarossa 2×1 e alle 9 siamo già a Roma Termini, pronti per Frida.

Ma guarda, che bello! Siamo così mattinieri che non c’è fila davanti all’ingresso della mostra! Bene, così potremo vedere i dipinti da vicino senza sgomitare. C’è una signora però, sta dicendo qualcosa in romanesco che non capisco e sembra molto arrabbiata, suona molto come li mortacci loro…si aggiunge ben presto un moccolo toscano, nostro, quando vediamo che sopra l’ingresso, enorme, una scritta ci dice “bravi zucconi che avete sbagliato orario, la mostra apre alle 16, prrrrrr”

Il nostro treno di ritorno parte alle 18, quindi figurati se riusciamo a vedere la mostra di corsa. Occavolo.

All’inizio abbiamo perfino pensato di comprarci due mutande e due spazzolini e restare un altro giorno, farci un bel weekend improvvisato a Roma, perché porcamiseria, proprio una volta che organizzo qualcosa che piace a me, dopo che per mesi ogni domenica sarebbe stata buona ma no, c’era sempre un esame alle porte …tutta colpa del sito della biglietteria che non era aggiornato all’orario estivo e di cui, ovviamente, ci eravamo fidati. Anche perché da quando in qua una mostra apre alle quattro del pomeriggio?? La signora se ne va brontolando a vedere Andy Warhol in via del Corso e noi scendiamo verso Fontana di Trevi.

Mi decido a non farmi rovinare la giornata da questo imprevisto. In qualche modo faremo. Per la cronaca, alla fine a vedere la mostra e ripartire quando previsto ci siamo riusciti, ma di questo ne riparliamo dopo.

Nonostante l’afa appiccicosa, nonostante i tanti turisti, passeggiamo tutta la mattina, senza sosta. Pantheon, Piazza Navona, Castel Sant’Angelo e San Pietro, Campo de’Fiori, il quartiere Ebraico.

Mi piace tutto. A Roma c’ero stata in due mezze volte per fare il giro canonico,ma mai l’avevo guardata bene, e capisco che uno straniero possa perdere la testa in questa città in cui ogni sasso parla di storia.

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Ghetto di Roma

Non saprei darvi indicazioni precise sul nostro percorso, e foto non ne abbiamo fatte perché l’Orso se la tira e effettivamente il cielo grigio non invogliava…per me che non ho senso dell’orientamento è un meraviglioso perdersi fra palazzi antichi e decadenti dai muri scrostati coperti d’edera. Quello che mi affascina di più sono i giardini sui tetti con glicini e gatti. Ovviamente da neo-abitante ai piani alti mi hanno incantata! Piove, l’acciottolato luccica , e le stradine più nascoste che sembrano disabitate nascondono negozi di artisti-artigiani, librerie indipendenti, ristoranti di cucina kosher, e poi, giusto per attraversare la strada, si passa nel bel mezzo di uno scavo, fra le colonne di un tempio e un anfiteatro.

Finiamo a Trastevere, passeggiamo lungo via della Lungaretta e poi ci sediamo per pranzo.

Un tipo dai capelli grigi, dall’accento direi americano, pranza da solo. Se fosse italiano direi “che tristezza”, ma lui sembra veramente in pace col mondo, come se nel suo bicchiere di vino rosso ci fosse tutto. Chiacchiera coi vicini di tavolo di ragù e cucina italiana. In generale, gli stranieri che passeggiano in sandali e lunghe gonne colorate hanno l’aria sognante di chi ascolta una poesia, come se venendo qui si fossero spogliati degli abiti scuri e pesanti della loro vita e potessero finalmente lasciarsi andare, ridere. Forse anche noi abbiamo l’aria così fra le nuvole quando passeggiamo per Londra o Parigi, in ogni caso anch’io respiro vacanza qui, a poche ore da casa, e tutta la fatica degli ultimi mesi sembra finalmente lontana.

 

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Il momento mistico della giornata: l’Orso s’illumina alla vista di due piatti in arrivo verso il nostro tavolo e quasi si scioglie di commozione quando con gli occhi chiusi assaggia la prima forchettata di tonnarelli cacio e pepe, “Mi viene quasi da piangere”, in estasi. In effetti me li sogno ancora per quanto erano buoni.

Si riparte, un’altra passeggiata verso Piazza di Spagna passando per via del Corso e via Condotti e poi verso il Quirinale. Finalmente Frida.

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Quando a Parigi ci siamo imbattuti per puro caso nella mostra Frida Khalo e Diego Rivera (questa, che sarà a Genova in autunno!) conoscevo quest’artista solo di nome, non sapevo niente della sua opera né della sua vita. Pensavo che i suoi dipinti a volte così violenti e crudi, altre completamente onirici fossero il frutto della sua fantasia surrealista, invece ho pian piano capito che in ogni sua opera ci sono simboli, rimandi alla sua vita, come a scoprire finalmente la soluzione di un rompicapo.

Grazie ai consigli di Lena mi sono appassionata alla personalità di questa donna e cominciando da un bellissimo film e dai libri, in particolare Viva La Vida di Pino Cacucci. Ho letto in poche ore questo breve monologo che mi ha completamente sconvolta, l’ho sentito come non mi capita spesso. Un tale attaccamento alla vita, al colore, all’amore, da una donna che la vita ha trafitto ma reso così forte da poter spaventare con una risata la morte che le danza al fianco. Si può bruciare tanto? Essere così affamati di vita anche quando il dolore è una sua costante? Riga dopo riga ho completamente scordato che fosse opera di un uomo di un’altra epoca. Per me sono le parole di Frida. Ecco perché ci tenevo così tanto a vedere la mostra. Abbiamo dovuti correre un po’ma ne è valsa la pena.

Non so cosa sia stato più emozionante vedere, se i quadri che finalmente riuscivo a comprendere, le foto o la sua corazza di gesso e pittura, un busto ortopedico come l’armatura di un guerriero. Per la prima volta visitare una mostra d’arte è stato come far visita ad una persona.

Nickolas Muray

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