Oddio, non è che mi sia ammazzata negli ultimi tempi…sarà “una difesa psicologica”, come dice la mia amica C., “t’immagini se s’iniziasse a sclerare ora…come si sarebbe ridotte a settembre??”Invidio profondamente i miei compagni di corso geniali che sono già dei veri dottori e che si destreggiano alla perfezione fra farmaci d’ogni genere…son convinta che potrebbero metter su un banchino e fare diagnosi ai passanti…io invece appena chiudo il libro non vedo l’ora di dedicarmi ad altro e staccare il cervello…

Insomma, ieri c’era un sole magnifico e io desideravo solo il giardino, occhiali da sole e libro da leggere, questo qui a fianco che mi sta piacendo un sacco e di cui vi racconterò presto…ma mi aspettavano le poltroncine arancioni della biblioteca e altri tre disperati come me per cercare di sbrogliare la questione antibiotici.
Mi sono esaltata un po’ rispolverando vecchi cd della Diva come questo qua sotto, e mi sono accorta che ricordavo ogni singola parola dopo anni, wow!! Dovevo essere davvero la peggio fiammata.
Orso chiede:“che ascolti?”
Leti risponde:“ un album francese della Celine, si chiama D’eux (si legge dé, più o meno)”
Orso:” Ah, ganzo…è livornese?” 

–.-‘

Oggi, domenica, ovviamente diluvia. Domenica trascorsa a ciondolare in casa, che nervoso! Giornata adatta per fare il bagno annuale alla Belva che ha cercato di fuggire dalla vasca terrorizzato affondando gli artigli nel mio braccio per arrampicarsi …però poveretto, c’ha ragione anche lui, non è un bel trattamento per un gatto. Per fortuna ce l’ho fatta a fare un giretto al mercato, stamani prima che iniziasse a piovere, uno dei rari momenti in cui la mia città di noia la sento quasi bellina: la piazza del centro in cui secoli fa si radunavano i capi longobardi oggi è il ritrovo dei più e meno ggiovani che fanno l’aperitivo il fine settimana, mentre la mattina si riempie di pensionati in bicicletta che non fanno la spesa al supermercato, ma nelle botteghe come cinquant’anni fa, e ha quell’odore di mercato, di frutta e verdura, stoccafisso e pozzanghere mescolato a mele, arance e cesti d’insalata…non saprei descriverlo meglio, e certo non è un buon odore, ma è uno di quelli che mi ricordo da quando ero piccola.
Stamattina ho comprato una piantina di coriandolo da mettere vicina alla nostra nell’orto aromatico che è un po’ stentata, e mi ha raggiunto un effluvio di schiacciata calda appena sfornata dalla porta aperta della panetteria, poi din-don-dan a mezzogiorno dalle campane del duomo mentre gironzolavo con mia mamma fra le bancarelle di fiori e d’artigianato.

Sembravo quasi una turista meravigliata in una cittadina straniera.

A proposito di coriandolo, ecco la ricetta di un panino arabeggiante che ho preparato l’altro giorno per una cena veloce con l’Orso. La ricetta del falafel viene dal mio librino storico sulla cucina etnica, quella della pita da qui, identica, e la salsa…improvvisazione, con lo yogurt fornito dalla mia yogurtiera!

Pita con falafel di fave e salsa allo yogurt

 

Abbiamo tagliato la pita per formare una tasca e l’abbiamo riempita con le falafel e la salsa di yogurt…e per finire verdure varie fatte a fettine o strisce sottili. Nel nostro panino abbiamo messo anche la croccantissima insalata dell’orto, gnam buono!

Per la pita:

  • farina 0 o di grano duro, 500 g
  • lievito di birra disidratato, 7 g
  • sale, due cucchiaini
  • acqua tiepida, 300 g

Per la salsa allo yogurt:

  • uno yogurt bianco
  • olio
  • sale
  • pepe
  • un cucchiaino di aceto di mele
  • erbe aromatiche: menta, aneto, dragoncello….tritate finemente con la mezzaluna

Per le falafel:

  • fave secche, 250 g
  • prezzemolo, tanto
  • coriandolo fresco,un cucchiaio oppure  macinato, un cucchiaino
  • cumino, due cucchiaini
  • due cipolle ramate
  • uno spicchio d’aglio
  • sale
  • peperoncino
  • olio e.v.o.
  • farina
  • (olio per friggere)

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Per fare il pane: sciogliere il lievito nell’acqua; aggiungere a poco a poco la farina, il sale e impastare. Far riposare l’impasto per un po’, poi fare otto palline e stenderle col mattarello a formare otto cerchi abbastanza spessi di circa 15 cm di diametro. Far lievitare una mezz’ora; scaldare il forno a 200°gradi con già dentro la teglia e cuocere i pani finché non si dorano e si gonfiano. Perché restino morbidi, appena usciti dal forno metterli in un sacchetto di carta con fuori un sacchetto di plastica per una mezz’ora; l’umidità li aiuterà ad aprirsi quando è il momento di preparare il panino.

Per fare le falafel: tenere le fave in acqua fredda in ammollo per 24 ore, poi togliere la buccia (se sono già decorticate si fa prima). Mettere nel frullatore le fave scolate dall’acqua insieme alle erbe, le spezie e la cipolla, il sale, il pepe e l’olio d’oliva. Frullare fino ad ottenere un impasto omogeneo.
Aggiungere qualche cucchiaio di farina se è troppo morbido, poi lasciar riposare per un po’ in frigo; infine con le mani infarinate formare delle palline (oppure aiutarsi con due cucchiai) o delle “schiacciatine”.
Andrebbero fritte, ma sono molto buone anche cotte in forno a 180° per circa 20 minuti o finché non diventano scure.

La mia vicina in campagna è “il gazzettino”: con l’alta tecnologia delle comunicazioni alle 12 in punto annuncia il pranzo al marito  dall’altra parte del campo con un eco degno di Tarzan che sicuramente raggiunge il paese di sotto; dall’alba al tramonto, il suo telefono squilla più di quello del 118: una ad una le sue informatrici le riferiscono gli ultimi scoop del paese, notizie su questo e quest’altro, sulla figlia di quello che fa all’amore con il figlio di quell’altro, sul poero tizio che è morto e  sull’ambulanza che è passata a sirene spiegate, te lo sai da chi andava? Ormai con l’astuzia decennale di pettegola, riesce ad estorcerti le informazioni a lei necessarie con un candore da bambini, ed è troppo tardi quando t’accorgi del raggiro.

Ieri m’ha chiamata in casa per ciarlare un po’ e aggiornarsi sui miei fatti negli ultimi mesi di città…e quando uscivo, prima il complimento innocente, così che non potessi eludere le domande scomode “che bella ragazza tu sei diventata”…e poi, zac: “e quando ti sposi?”

Senza alcuna voglia di discutere con lei questioni così personali che nel giro di un’ora sarebbero già arrivate all’altro capo del paese ho svicolato :”ma non è mica indispensabile sposarsi…e poi mi mancano ancora minimo due anni di università, poi c’è la specializzazione…c’è tempo”. La vedo un po’ contrariata nel sentire che sono una delle moderne miscredenti che non mira a passare dall’altare, ed ecco che senza troppo riflettere mi escono dalla bocca parole che mi suonano subito male : “…quando avrò uno stipendio…se non con quali soldi mi sposo?”

Eccoci. Parlo come se i sentimenti fossero prezzati sul catalogo dell’Ikea come un divano o una libreria. Una risposta normale sarebbe stata :”Chissà, spero presto…non preoccuparti, t’invito!”, e invece la mia è stata dettata dai calcoli, ci sono cascata anch’io.

Ecco che mi torna in mente quanto ho ascoltato ad un dibattito molto interessante a cui ho assistito tempo fa. Un prof dell’università di Siena ci ha presentato il suo libro,“Manifesto per la felicità”, sulla scia di una vera e propria teoria, quella dell’economia della felicità, che analizza da un punto di vista del tutto tecnico e non idealistico i rapporti fra la crescita economica mondiale e la qualità di vita delle persone, intesa come felicità. Da addetto ai lavori, ci ha mostrato che statisticamente dal boom economico del dopoguerra ad oggi il p.i.l. dei paesi occidentali è cresciuto in maniera quasi lineare, e con questo ha coinciso una decrescita anch’essa lineare della “quantità di felicità” della gente,misurata come qualsiasi altro dato numerico. Questo può sembrare sconcertante visto che il benessere e l’abbondanza in cui viviamo dovrebbero anzi darci serenità e gioia. La causa della nostra frustrazione e insoddisfazione è che siamo impostati fin dalla nascita per diventare consumatori e produttori di ricchezza: il consumo s’insinua subdolo in ogni aspetto della nostra vita, perfino in quelli più impensati, e la plasma a sua misura, ci rende infelici, avvelenati da una pubblicità fatta ad hoc per farci sentire che se non possediamo siamo dei falliti.

Il prof ci ha fatto alcuni esempi, pensiamo all’urbanistica delle città: le periferie ormai sono quartieri dormitorio in cui i lavoratori tornano a sera per poi ripartire l’indomani, senza partecipare alla vita familiare, tantomeno a quella della comunità; tante strade parallele, nessuna piazza o punto di aggregazione, per isolare il singolo, permettergli di farsi meno opinioni possibili, e spingerlo ad andare al centro commerciale-cinema-palestra-centro benessere-ristorante per passare il suo tempo, spendendo soldi. Viviamo in città non più a misura d’uomo ma di macchina, perché le infrastrutture che permetterebbero di spostarsi in bicicletta o coi mezzi pubblici in maniera capillare mancano. Le macchine ci servono per forza, per spostarci, andare a lavorare per far girare l’economia: e allora ecco che guadagniamo per comprare ciò che la pubblicità ci rende indispensabile e che non lo è, per mettere benzina nella macchina, ed ecco che questa ci uccide un po’ ogni giorno, inquinando la nostra aria. L’economia taglia le nostre reti sociali, ci rende soli, tristi e proni a realizzarci acquistando qualcosa. è un meccanismo perverso che fa paura. E ancor più spaventoso è che dietro tutto questo ci sia qualcuno a manovrare i fili invisibili di questo teatrino.

Mi affaccio ogni tanto ad osservare questo mondo fatto di soldi, poi torno indietro a rifugiarmi fra i miei libri, felice tutto sommato di non dovermici ancora scontrare. La stessa economia sbagliata ci parcheggia all’università così che possiamo un giorno produrre e consumare, ma senza che fuori ci sia un posto reale per noi:  bamboccioni, sfigati, scansafatiche che stanno in casa con mamma e papà fino a quarant’anni, a volte perché non c’è alternativa, altre perché questo fatto è una scusa comoda per continuare a fare i fighettini e i ggiovani in eterno.

Ecco che sarebbe proprio il caso di tornare indietro.

Che c’entra col discorso iniziale? Alla mia età, probabilmente la signora chiacchierona di cui parlavo era già sposata. Probabilmente non viveva nell’abbondanza di oggetti e possibilità che abbiamo oggi, non viaggiava, ma aveva una famiglia sua, forse dei bambini e chissà, forse con questo era meno insoddisfatta delle donne di oggi. Tornando al dibattito continuo a pensare: oggi l’inessenziale è alla nostra portata con così tanta facilità! Possediamo oggetti di fantascienza e facciamo cose che per la mia vicina di campagna erano impensabili, come parlare con chi sta all’altro capo del mondo o raggiungerlo in aereo in poche ore…è evidente che questo ci emancipa ma non ci rende felici, o non abbastanza. è normale che ciò che sarebbe davvero importante sia così difficile da raggiungere? è giusto che vada pianificato in subordinazione al denaro,soprattutto? Mi viene da pensare che le altre cose con cui ci abbindolano siano solo diversivi per farci dimenticare che anche ai noi ricchi occidentali la società nega dei diritti fondamentali, come quello alla famiglia. Ormai il ciclo biologico è diventato produci consuma crepa: un ingranaggio infernale per cui se non guadagni non vivi. Vivi per lavorare anziché lavorare per vivere, e non per avidità o ambizione, ma un po’ per necessità, per sopravvivere, e un po’ perché ci siamo costretti; non sto dicendo che in un mondo giusto basterebbero i sentimenti per mettere su una casa e avere sostentamento, non sono cose che piovono dal cielo, ma ad oggi si dà un prezzo a tutto,anche alla famiglia e agli affetti. Perfino avere figli è un lusso per pochi.

Forse prima era più facile, anche con poco. E allora mi viene da pensare che forse la mia pettegola vicina che ha la quinta elementare e che non ha mai avuto la libertà che ho io (“voi giovani fate troppo il vostro comodo, oggigiorno!” ) in realtà era molto più ricca di me.

(Ok, tutte le cose deprimenti di cui hai parlato sono abbastanza ovvie e le sapevamo già. Dopo la parte distruttiva ce n’è una costruttiva o il prof. vi ha proposto l’ennesima utopia? Cosa propone l’autore del libro per migliorare la situazione? In realtà il dibattito era strutturato in modo che una volta analizzato il problema sotto diversi punti di vista si prendessero in considerazione una ad una le possibili e ragionate soluzioni. Ovviamente il tutto è degenerato quando miei concittadini hanno iniziato ad esporre le problematiche della nostra realtà al prof. Fra l’altro non credo che lui fosse particolarmente interessato/d’aiuto visto che veniva da fuori…quindi la parte alla fine più interessante non è stata trattata. La gran cosa di questa teoria è che è stata elaborata su dati reali proprio da chi l’economia la fa, da chi regge i fili e ha davanti l’immagine di un sistema che va avanti per inerzia ma che non funziona. Ero impaziente di conoscere, sempre dal punto di vista di un addetto ai lavori, le soluzioni al problema; spero di leggere al più presto il libro, così magari scriverò un post dedicato con un po’ d’ottimismo in più! Aggiungo anche che io di economia in senso tecnico non ne capisco un tubo, quindi riporto solo quello che le mie orecchie hanno ascoltato.)

“Se piove il terzo aprilante, quaranta dì durante.” Cit. Nonna V.

Che la primavera quest’anno fa le finte ce ne siamo accorti tutti. L’Orso guarda il cielo e moccola perché s’immaginava un 25 aprile in barca su Habibi che resta ancora in secco in attesa di essere ritinteggiata, io invece patisco terribilmente perché sono metereopatica da morire, quindi se non vedo un po’ di sole mi spengo! Ieri pomeriggio sembrava quasi tregua, quando siamo saliti su in campagna la pianura davanti a noi era limpida e luminosa…certo, bastava non voltarsi a guardare i nuvoloni alle nostre spalle ed era perfetto. Eppure per esorcizzare questa mia noia per la pioggia dovrei fare come fanno gli inglesi: comprarmi un impermeabile giallo da pompiere e un paio di stivali di un colore assurdo (ovviamente deve cazzottare col giallo!) e andare sotto l’acqua a camminare, magari ci trovo qualcosa di piacevole.

Intanto ieri sono stata nei cigli sopra casa a raccogliere un po’ di erbacce da mangiare. Quando erano piccoli i nonni, in tempo di guerra, le raccoglievano perché non c’era molto altro, le conoscevano tutte e anche tutti i loro usi, ma sono una vera ricchezza anche per noi: ce ne sono in abbondanza, e in una mezz’ora ho raccolto una borsata piena di strigoli (che qui si chiamano cavolini), ortica e tarassaco, e ora sto pensando a cosa farne,metterò presto qualche ricetta.

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C’è anche tantissima borragine che attira le api coi suoi fiorellini azzurri,bellissimi, che insieme a quelli gialli del tarassaco e rosa scuro dei medaglioni del papa (la lunaria) colorano tutti i prati. La pioggia li ha fatti così verdi che avrei voglia di rotolarmici.

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Ed ecco l’orto delle aromatiche. Qualche domenica fa a Lucca c’è stata Verdemura: questa città a due passi da casa è bellissima, piena di iniziative interessanti, e fra i banchini di piante lungo i bastioni ho preso una menta nana marocchina per il tè e una menta jerba buena cubana per il mojito che vanno ad aggiungersi alle altre della giungla.

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Mi diverto un po’ coi colori, in questi giorni. Ho scoperto molti blog di knitters inglesi,questi due sono i miei preferiti: Attic 24 e Colours in a simple life. Li curioso a bocca spalancata, sia per i bei lavori che ci trovo sia perché la maggior parte delle blogger abitano in luoghi da sogno, esattamente il tipo di paesaggi che nella fantasia degli  stranieri  rappresentano il British countryside,un po’ come gli americani che pensano che la Toscana sia tutta girasoli… delle vere cartoline, lì sopporterei anche gli acquazzoni. Quindi ho comprato qualche altro filato acrilico sgargiante per mettermi all’opera anch’io, e del cotone per fare questa borsa che finirò minimo l’anno prossimo, ma pazienza.

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Sono contenta, pian piano sto imparando ad intrecciare questi fili colorati in modi diversi così che compongano per me cose che potrò dire “non è perfetto, ma l’ho fatto io”. è bello abbinare i colori fra loro, accostare i gomitoli per vedere quali si combinano meglio, un po’ come dipingere. ed è molto più facile che fare la maglia,visto che se si sbaglia non è necessario disfare l’intero lavoro. Per proteggere il mio cellulare nuovo (visto che l’altro è planato e crash, lo schermo è andato in mille pezzi) ho fatto questo calzino arcobalenato, e da Quadrati di Lana ho trovato il tutorial per realizzare questo bel cuscino che ora se ne sta sul divano in salotto…voglio farne altri, e magari con molta pazienza riuscirò a uncinettare una coperta coloratissima per il letto.

Ah, e la storia che i gatti giocano coi gomitoli non è solo un’immagine da cartone animato…il mio adora sabotare la cesta e portarli per tutta la casa. ^^ Adorabile mostro peloso!

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Sabato abbiamo approfittato dell’ultimo giorno di marzo per festeggiare il nostro personalissimo Hanami: la casa in campagna è circondata da ciliegi in fiore che fanno nevicare petali candidi sui prati verdissimi non appena soffia un po’ di vento. è meraviglioso passare la curva e trovarsi davanti la fioritura in piena esplosione.
Mi sono crogiolata un po’ al sole in giardino e da lì in un battibaleno ho fatto nuovamente visita al Cimitero dei Libri Dimenticati di Barcellona insieme a Fermin Romero di Torres che è il personaggio che ho amato di più dalle ultime letture. Ho divorato l’ultimo libro di Zafon che non delude mai.

E poi la fiesta! Quest’anno ho voluto festeggiare il mio compleanno con gli amici: non è un’abitudine consolidata, di solito se capita mangiamo una pizza insieme e magari ci scappa un regalino,  io non amo le feste con tanta gente,discoteche e sbronze. Nemmeno per il mio diciottesimo, dopo una cenetta da sogno con l’Orso, avrei fatto altro; furono le mie amiche del liceo a costringermi, un po’ controvoglia, a passare una serata che avrebbe dovuto essere speciale e che poi,ad essere sincera,non ricordo neanche con particolare trasporto.  Quest’anno invece mi sono sentita così circondata d’affetto che ho voluto far sentire ai miei amici che passare una serata con loro in un posto che amo così tanto era già  regalo bellissimo, e quindi ho organizzato una aperi-cena: non in un locale figo con stuzzichini surgelati e beveroni alcolici multicolori ma in campagna, nel mio salotto, con cosine buone che mi sono divertita a cucinare per loro con le mie mani.
Le Tre Civette, il Collega e la sua Bimba, la mia scatenata amica Mark. e il suo Doc., E., l’Orso ed io.
Seduti dove capita, con lo spritz casalingo e i crostini collaudati sulla barca dell’Elba,abbiamo passato proprio una bellissima serata, come non mi capitava da tempo! Un bel gruppo variegato, amici che ci sono sempre stati o nuovi arrivati,compagni di studio e non, felice di averli tutti lì vicini. C’è stato un periodo in cui essere un’amica per me è stato difficile, in cui tutto è stato messo in discussione, anche il fatto che gli amici ce li scegliamo piuttosto che piovano per caso sul nostro cammino e lì restino per inerzia. Ci sono state serate di pura consuetudine e zero spontaneità in cui mi sono trovata circondata dagli estranei di anni passati insieme che eppure di me non sapevano né volevano sapere niente. Quest’anno invece mi sono scoperta incredibilmente arricchita: presenze attorno a me che non necessariamente vi resteranno finché vivremo, perché si cambia, si cresce, ci perdiamo per un po’ per poi ritrovarsi…ma persone con cui sto bene adesso, con cui passo volentieri il mio tempo e a cui do la mia fiducia. Sento arrivare affetto da loro, niente promesse né contratti firmati, semplice affetto e spontaneità. E chissà che chi si è perso per strada non m’incontri presto al prossimo crocevia, l’importante è che per ognuno sia un buon cammino.

Ecco alcune ricette della nostra aperi-cena: il mio desiderio era che per questa volta il menù fosse interamente vegetariano, poi ho pensato che qualche aggiunta carnivora avrebbe incontrato di più i gusti dei miei amici, ma la sorpresa è stata vederli sbafarsi di gusto perfino l’intera zuppiera piena di verdure crude che avevo messo lì quasi per decorare la tavola, tanto queste non se le fila nessuno… con tutte le salsine che avevo preparato…tante!

Non ci vuole nessuna abilità per farle, solo un frullatore! ; ) E le dosi sono molto indicative, dove non ho scritto le quantità precise si può fare a occhio.

Guacamole

  • avocado, due (maturi!)
  • lime, due
  • pomodori, due
  • cipollotto fresco, uno
  • olio e.v.o.
  • sale & pepe

Mettere il cipollotto nel frullatore e frullarlo molto sottile. Dopo aggiungere il pomodoro e frullare per ridurlo a pezzettini piccoli ma non in crema.

Sbucciare l’avocado, tagliarlo e schiacciarlo con la forchetta. Aggiungere succo di lime in abbondanza, olio, sale, pepe e unire alla cipolla e al pomodoro per amalgamare il tutto. Questa salsa è buonissima con delle chips di mais tipo nachos…quelle purtroppo ho dovuto comprarle, non so se si possono fare in casa,dovrei provarci…

Un suggerimento: usare degli avocado belli maturi o non si potranno schiacciare. Per farli maturare tenerli in un sacchetto di carta insieme ad alcune mele per una giornata intera.

Hummus di ceci

  • ceci lessi o in scatola, 200 g
  • una cipolla rossa
  • semi di cumino, un cucchiaino colmo
  • olio e.v.o.
  • peperoncino, q.b.
  • coriandolo o prezzemolo

Scaldare qualche cucchiaio d’olio in una pentolina. Tritare la cipolla molto sottile e farla soffriggere insieme al cumino e un pezzetto di peperoncino. Aggiungere i ceci e farli insaporire bene, poi aggiustare di sale e togliere il peperoncino.

Frullare il tutto per ottenere una crema densa, cospargere la superficie di peperoncino e coriandolo (prezzemolo) tritato.

Questa ricetta viene direttamente dal Marocco, grazie alla mia amica N.

Tapenade verde

  • Olive verdi snocciolate
  • Capperi sott’aceto, la metà rispetto alle olive
  • Pinoli, circa la stessa quantità dei capperi
  • olio e.v.o.

Salsa di pomodori secchi

  • pomodori secchi (ammollati in acqua e strizzati)
  • mandorle, la metà rispetto ai pomodori
  • origano
  • peperoncino
  • sale
  • olio e.v.o.

Salsa agliata

  • robiola, 200 g
  • sedano, due coste
  • prezzemolo,una manciata
  • aglio, uno spicchio
  • sale

Per queste non c’è bisogno di spiegazioni:si mettono gli ingredienti insieme nel frullatore aggiungendo abbondante olio e si frulla.

E poi ho fatto anche i muffins, e sono stata felicissima di scoprire che salati sono buoni come quelli dolci!

Muffins alle zucchine e feta

  • farina 00 ,100 g
  • farina integrale, 100 g
  • uova, due
  • latte, 100 ml
  • olio di girasole, 100 ml
  • zucchine, tre
  • feta, 200 g
  • lievito per dolci non vanigliato, una bustina
  • erba cipollina, q.b.
  • maggiorana,q.b.
  • sale & pepe

Sbattere le uova e unire l’olio e il latte. Con una grattugia dai fori grandi ridurre le zucchine a filini e unirle ai liquidi insieme alla feta sbriciolata. Unire le erbe aromatiche, il sale e il pepe. Aggiungere la farina e il lievito e mescolare tutto con le fruste elettriche. Versare l’impasto in uno stampo per muffins oliato e infarinato e cuocere in forno a 200° per circa 20-30 minuti.

Muffins alle olive nere e parmigiano

  • farina 00, 200g
  • uova, due
  • latte,100 ml
  • olio di girasole, 100 ml
  • olive nere snocciolate, una lattina
  • parmigiano grattugiato, 200 g
  • lievito per dolci non vanigliato, una bustina
  • semi di papavero, q.b.
  • sale & pepe

Il procedimento è lo stesso: unire i liquidi, aggiungere il formaggio e le olive fatte a pezzettini; a parte mescolare il lievito e la farina; unire gli ingredienti liquidi con i solidi sbattendo con le fruste elettriche; aggiungere i semi di papavero e aggiustare di sale, poi infornare a 200° per 20-30 minuti.

Foto non fra le migliori, ma provate voi a convincere nove affamati a lasciarmele scattare con calma! : )

L’ho aspettata, e ora eccola! Con un giorno d’anticipo, dicono, ma io l’ho sentita arrivare molti giorni fa quando il cappotto faceva troppo caldo e ho preso la Graziella rossa per farmi una discesa al vento verso la biblioteca. Poi mal di schiena, ma questa è un’altra storia. Ieri quando sono tornata a casa dalla copisteria con una bracciata di fascicoli ho sbirciato dentro i giardini di città mentre tacchettavo sul marciapiede con gli stivali nuovi. Ci ho visto dentro nuova vita, come i peschi fioriti che vedo dal treno, così belli quasi irreali nel mezzo agli orti desolati lungo la ferrovia. Questo sole che entra in casa impertinente, come a dirmi esci,vieni fuori, vieni a giocare con me mi distrae dalle preoccupazioni, da quei pensieri che fanno il sangue amaro. Pare che quando i guai arrivano arrivino tutti insieme e al momento meno adatto…ma anche questa è un’altra storia.

L’anno scorso di questi giorni gironzolavo. Mi manca un po’ fare la valigia e partire, ne avrei voglia, ma si può andare in vacanza a pochi chilometri dalla città per cambiare aria. E adesso che le giornate sono più lunghe si può vivere meglio anche la città, in quell’ora di sole in più. Io e l’Orso stiamo passando in campagna ogni sabato, ed è bellissimo: accendiamo il camino, anche se presto non servirà più, teniamo la tv spenta e chiacchieriamo  durante la cena e chiudiamo il buio fuori dal portone, un buio assoluto e color inchiostro: amo che lì non ci sia neanche un lampione. Si vede la pianura, come se fosse lontanissima e sterminata, e disseminata di lucine arancioni e gialle.

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I mei genitori stanno preparando l’orto e il giardino per la nuova stagione. Io sono come al solito un po’ ovattata fra le pagine dei libroni e mentre mia madre zappetta le aiuole sto seduta al solito tavolone di legno, evidenziatore alla mano. A parte campi di anemoni e calendule spontanee (che mi hanno lasciata a bocca aperta per quante sono! E io che non le avevo riconosciute! Grazie Edera!), ci sono veri cuscini di violette profumate, narcisi e giacinti rosa che sembrano fatti di pasta di zucchero. Non potevo nascere in una stagione più bella. Tutto riprende vita, qualche pianta non ha passato l’inverno, altre fortissime hanno resistito al gelo e con le loro foglioline esultano, sono qui, ce l’ho fatta.

Non cucino molto,ultimamente. La pasta madre però non posso abbandonarla, e questa settimana mi ha fatto le Scole di Pasqua! Sono panini semi-dolci con uvetta e anice che nel periodo di Pasqua si trovano in tutte le panetterie della mia città. Sono rustici, di semplice pasta di pane, e sono un altro di quei cibi che sento alle radici.

Scole

  • farina 00, 300 g
  • farina manitoba, 200 g
  • acqua tiepida, 300 g
  • lievito madre, 100 g
  • olio d’oliva, due cucchiai
  • zucchero semolato, 90 g
  • uvetta sultanina,120 g
  • semi di anice, 20 g
  • acqua e zucchero per la superficie

Ore 19.00

Unire il lievito madre con l’acqua, l’olio e lo zucchero e scioglierlo bene. Aggiungere la farina e mescolare bene con un cucchiaio. Far riposare un quarto d’ora. Unire l’uvetta e l’anice e impastare bene su una superficie infarinata. La pasta è molto morbida, è utile essere veloci nell’impastarla. Far lievitare circa cinque ore.

Ore 00.00

Riprendere la pasta lievitata e dividerla in 12 parti, poi dare la forma dei panini (le scole sono un po’ allungate, non tonde) e sistemarli in una teglia con un foglio di carta forno. Far lievitare fino alla mattina, altre otto ore circa.

Ore 8.00

Accendere il forno. Mescolare in un bicchiere poca acqua con qualche cucchiaio di zucchero e spennellare questa miscela sulla superficie. Infornare a 180° per circa 30 minuti, aumentando a 200° negli ultimi 5 minuti di cottura per far dorare le scole in superficie.

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Lascio qui le ultime due ricette che ho provato: la prima l’ho trovata su un vecchio numero di Cucina Naturale, l’altra l’ho improvvisata.

In entrambe c’è una spezia: in cucina abbiamo tanti vasetti pieni di polverine dai colori della terra e del fuoco e con profumi che evocano luoghi lontanissimi, molte delle quali ci sono state regalate da amici di ritorno da viaggi, come le ultime, bacche di vaniglia e cardamomo da Zanzibar, l’isola delle spezie, dove crescono le piante da cui si ricavano. Amo arricchire i piatti con quel tocco speciale, e le spezie sono anche belle da vedere: la noce moscata, la radice di zenzero,il bastoncino di cannella…la loro forma particolare e il profumo che nascondono li rendono come gli ingredienti segreti per una pozione magica, e c’è chi le sa miscelare per creare sapori speciali. Io ci provo ma le magie migliori le fa chi ha questi profumi nel sangue, è una questione di cultura e radici. Allo stesso modo mi piacciono moltissimo le erbe aromatiche, magari fresche, appena colte nell’orto, anche se per quelle c’è da aspettare la vera primavera.

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Crema di lenticchie rosse con yogurt e coriandolo

  • lenticchie rosse decorticate, 250 g
  • sedano, tre coste
  • carote, due
  • cipolle rosse, due
  • aglio, tre spicchi piccoli
  • concentrato di pomodoro, un cucchiaino
  • acqua, 1 l
  • olio, due cucchiai
  • sale
  • succo di limone, tre cucchiai
  • prezzemolo tritato, due cucchiai + coriandolo in grani macinato, un cucchiaio (in alternativa un due cucchiai di coriandolo fresco tritato)
  • yogurt, q.b.

Sciacquare bene le lenticchie in acqua fresca. Mettere a bollire l’acqua, salata. Tagliare sedano, carota e cipolla a pezzettoni, farle stufare per dieci minuti con l’olio, poi aggiungere il concentrato e le lenticchie, mescolare bene e aggiugere l’acqua calda. Far sobbollire per circa 20 minuti, finché le lenticchie non saranno diventate morbide. Frullare tutto col minipimer per ottenere una crema liscia, aggiungere altra acqua se è troppo densa. Aggiustare di sale e aggiungere il succo di limone. Infine, condire con qualche cucchiaino di yogurt ,il prezzemolo e il coriandolo.

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Ed ecco cosa la mia pasta madre ha fatto per me oggi. Le mele con la cannella sono il matrimonio più riuscito del mondo: sanno di qualcosa da bambini, da folletti dei paesi del nord. Si completano perfettamente, da sole sono buone, ma insieme…è la perfezione!

Girelline morbide con mele e cannella

Per la pasta

  • farina 00, 300 g
  • farina manitoba, 200 g
  • lievito madre, 100 g
  • latte scremato, 300g
  • olio di girasole, 50 g
  • zucchero di canna , 60 g
  • sale, un pizzico

Per la composta di mele

  • 6 mele
  • zucchero di canna, 6 cucchiai
  • acqua, q.b.
  • il succo di un limone
  • cannella

Per spennallare

  • acqua
  • zucchero a velo
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Sciogliere il lievito madre nel latte appena tiepido, aggiungere l’olio e lo zucchero e mescolare bene. Unire pian piano la farina, amalgamare velocemente l’impasto mescolando con un mestolo e lasciarlo riposare per una mezz’ora. è piuttosto morbido, una volta compattato un po’ dare una forma rotonda e far lievitare al caldo per circa cinque ore.

Preparare la composta di mele: lavare le mele, togliere il torsolo senza sbucciarle e tagliarle a cubetti. Metterle in una pentolina con un bicchierino scarso d’acqua e il succo di limone e farle sobbollire qualche minuto finché non si saranno ammorbidite e il liquido sarà evaporato quasi del tutto. Schiacciare le mele con una forchetta o dare un paio di frullatine col minipimer, poi aggiungere lo zucchero di canna e far bollire per una decina di minuti per ottenere una specie di marmellatina.

Trascorse le cinque ore, prendere la pasta e dividerla in due. Spianarla col mattarello per ottenere due rettangoli. Stendere uno strato abbondante di composta di mele su ogni rettangolo, e spolverare di cannella, poi arrotolare la pasta dal lato lungo del rettangolo per ottenere un cilindro. Per ottenere delle girelle più precise lasciare un bordino di pasta senza composta dal lato opposto a quello da cui si inizia ad arrotolare.  Tagliare le girelle e sistemarle su una teglia ricoperta di carta forno (con questa dose ne vengono due teglie medie), ben distanziate fra loro. Far lievitare per altre tre ore. Per lucidare le girelline, mescolare un po’ di zucchero a velo con acqua e spennellarle prima di infornarle a 200° per 20 minuti.

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Here it comes
The joy of being alone
I’m such a child on my own
Just a child on my own.
‘Cause I know it’s true
And I see it’s right
I know it’s true
And I see it’s right
Here it goes on
Happiness is home
Here it goes on
Happiness is home
Happiness is home.

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A volte le canzoni aiutano proprio a trovare le parole giuste. La mia domenica è stata semplice e piena di calore, adesso posso affrontare qualunque lunedì. 

La natura cresce silenziosa, ogni mattina il giardino si colora un po’ di più. Nell’aiuola delle aromatiche, tante erbacce da strappare, e sotto il fieno secco piccoli germogli verdi, foglioline profumate di maggiorana, timo e menta. Il Gatto Nero si aggira nel prato vicino a casa e non si lascia fotografare da me, i suoi occhi mi guardano attraverso un istante, taglienti, prima di correre via. Un uccellino scuro, forse uno scricciolo, becca i semi che gli ho lasciato sulla fontana: forse non si è accorto di me seduta sul muretto, che quasi non respiro per paura di spaventarlo e che voli via.

Dentro casa la tv è spenta e il camino è ipnotico, fiamme rosse e violette spariscono verso l’alto come mani tese. Nessun rumore mi disturba, con l’uncinetto e un cesto di gomitoli faccio tanti cerchietti colorati di lana mentre la tazza di Lady Grey appena fatto fuma. Intanto la pasta lievita senza fretta, in cucina.

Scende la sera, e senza i lampioni della città Giove e Venere brillano più che mai. Apro il forno e m’investe un’ondata di vapore, e la pizza è pronta, croccante. Stare insieme e dire scemenze, scherzare, preparare la moka per la mattina,aspettando che sia l’ora per chiudere la porta di legno pesante e andare a dormire. 

 

Fare gli esami all’università è come giocare a tetris: mattoncini da incastrare che non c’entrano, non li puoi accorciare…e allora corri, rimanda, arrabbiati, panico, sogni che t’interrogano, poi ripeti ripeti, poi vai e l’esame è fatto, finalmente. Una strategia quasi militare per mettere tutto al suo posto senza lasciar fuori niente e poi ti giochi tutto il lavoro e l’ansia di mesi in una misera oretta. Stavolta non sono stata abbastanza lungimirante e brava a incastrare i mattoncini e mi sono portata a fine febbraio un esame bello grosso che mi piaceva tanto e che volevo fare bene.

Finalmente l’ho fatto. è stato un parto, ma è andata. Torno a casa con un po’ d’amaro in bocca, non per il mio risultato che è né più né meno quello che mi ero prefissata, ma nel vedere come siano ingiuste certe dinamiche in cui l’impegno non premia, il sacrificio nemmeno. Quello che conta alla fine sono le circostanze in cui ti ritrovi, la capacità che hai o no di vendere fumo, addirittura l’ordine in cui ti siedi davanti alla schiera di vecchi prof pomposi che dall’alto della loro presunzione ti guardano con cipiglio e non pensano che non sei lì a soddisfare la loro voglia di spadroneggiare ma a costruire il tuo futuro. Per il puro gusto di fare i tiranni vogliono sentirti dire cose che ovviamente il tuo livello di preparazione di studente del quarto, anche se molto studioso, non ti consente di sapere. Tutta politica: le casse dell’università si riempiono coi soldi di chi resta indietro perché ostacolato da gente del genere e i veterani che prendono fior di stipendi per cinque minuti di visita mantengono il loro posto finché vogliono perché questi giovani sfigati d’oggi non si laureano.

DSC07526DSC07521DSC07527DSC07523 Niente rimpianti per me stessa, mi è mancato smettere di dormire e poi ho fatto il massimo che potevo, ma assistere a certe scene mi lascia dentro un senso d’impotenza che mi stringe lo stomaco. Sono completamente disillusa, è una buona dimostrazione di come funziona il mondo e non me ne stupisco, ma fa male ogni volta che me ne rendo conto.

Ora la sessione è finita e si ricomincia a vivere: primo passo, tornare donna, nel senso che il livello di trasandatezza è tale che sono quasi diventata un uomo. Basta stare seduta, tornare in piscina a smaltire il sedere.
E poi via che si ricomincia a fare quello che mi piace: il pane, l’uncinetto, gli intrugli per i capelli, e finalmente mi potrò godere la casa di legno e pietra nel periodo dell’anno che preferisco. Da qualche settimana è stata dotata di un termo camino micidiale che scoppietta allegro e la scalda in un batter d’occhio. Ho in mente di andare a passare qualche giorno lì a sentir cinguettare e leggere e sferruzzare in giardino, e intanto cucinare, passeggiare con la nonna e aspettare l’Orso per cena.
Questi giorni di mezzo fra la vecchia e la nuova stagione mi riempiono di gioia: cielo celeste e bulbi di tulipano che spingono la terra umida per mostrare al sole il loro germoglio verdissimo, i giacinti che hanno un profumo che fa girare la testa. Ieri sera a naso in su in giardino si vedevano tutte le stelle, si sentiva la civetta cantare: da far pace col mondo.

Ho comprato un uncinetto numero due per fare tante palline di lana per esercitarmi a lavorare in tondo, e poi farci collane e orecchini coloratissimi. Poi, contro ogni moda che ci vuole con una Vuitton appesa al braccino teso perfino per andare all’università, vado in giro con la borsona Granny coloratissima che ho fatto io: strana, eccentrica, perfetta per i miei libroni e sembra la borsa di Mary Poppins da cui si può tirar fuori di tutto, troppo facile e imperfetta rispetto ai bellissimi lavori di chi fa l’uncinetto da vero artista, ma quanto sono fiera di sapere che una pazza borsa come la mia non ce l’ha nessuno! ; ) Ha già incuriosito molte amiche e anche la signora del negozio. Eccola qua, lato A e B.

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Credo che i Granny Squares siano una buona idea per chi vuol cominciare a sferruzzare, per passare dal panico quando non si riesce neanche a tenere l’uncinetto in mano a quando i movimenti diventano automatici: s’imparano già i punti base e viene fuori qualcosa di bellino anche per chi è principiante, praticamente servono solo la maglia alta e la catenella per i quadrato e poi la maglia bassa e bassissima per rifinirli e unirli. Ci si fanno coperte, copri cuscino, borse, e anche sciarpe. Per provare ci sono due opzioni: trovate una nonna paziente che v’insegni oppure seguite con attenzione un tutorial come questo (in inglese ma con immagini e spiegazioni molto chiare) oppure questo…io sono talmente principiante che non potrei dare consigli tecnici!

Ho poi scoperto questo blog : ci sono le spiegazioni per fare delle Granny bellissime, anche quelle facili che ho usato io che ho scoperto chiamarsi “old America”.

 

Con l’arrivo della neve (spiegatemi perché tutta l’Italia è stata imbiancata e qui da me neanche un fiocco per sbaglio!) è nata sui blog una nuova “moda”, ma una moda bella, una specie di passaparola: ecco qui dal sito della Lipu. Il vento ha soffiato da far paura e fatto volare di tutto: ho pensato spesso a chi non ha un tetto sulla testa e per un motivo o per un altro si trova a dormire all’addiaccio, e mi sono domandata anche come se la cavassero gli animali là fuori, i randagi in città e quelli selvatici nei boschi, se riuscissero a trovare cibo e riparo, perché quando soffia fra gli alberi spaventa davvero e non ha pietà. Urla. Una piccola cosa che possiamo fare anche in città quando fa molto freddo è lasciare qualcosa da mangiare agli uccellini sui davanzali, sui balconi o direttamente sugli alberi. Questi animalini sembrano tanto fragili e delicati eppure resistono alle raffiche che spezzano gli alberi,ma possiamo aiutarli a superare l’inverno, e soprattutto questo, costruendo in casa mangiatoie con contenitori di riciclo (con una bottiglia di plastica, come ha fatto La Capra), oppure lasciando semplicemente una manciata di semini; quando poi ho visto queste foto da Beta e Simo, recentissime scoperte, mi sono già vista come una moderna San Francesco e mi sono messa all’opera seguendo le istruzioni di Luby per fare dei tortini di semi e margarina che per ora ho appeso nel giardinetto del mio condominio e sistemato sul terrazzino. E chi ti vedo? Un pettirosso di città con le piume arruffate che saltellava qua e là e becchettava felice! : )  Ovviamente appena sono arrivata quatta con la macchina fotografica se l’è squagliata, ma per ora siamo d’accordo così, lui mangia e io guardo da lontano.

Sono felice come una bambina: da piccina mi domandavo sempre come mai lei, e perfino lui

riuscissero a far questo e io no. E poi il pettirosso, l’uccellino dell’inverno, mi piace tanto: mi chiamava così un signore del mio paesino da piccola, e grazie al pettirosso Mary riesce a trovare l’entrata del Giardino Segreto. Per  una cosa del genere non c’avrei dormito la notte per la gioia, quindi anche per chi ha dei bimbi attorno è un occasione per giocare e per insegnargli a voler bene agli animali, non solo quelli domestici. Per chi vuole provare, consiglio di leggere i post che ho linkato…contengono molte informazioni utili su cosa va bene per i pennuti e cosa no! : )

Poi ho preparato una merenda adatta ad un Orso: lui non si accontenta dei semini, preferisce la cioccolata.  

Biscotti ai fiocchi d’avena e cioccolato

  • farina integrale, 120 g
  • cacao amaro, 40 g
  • fiocchi d’avena, 90 g
  • farro soffiato (o un altro cereale), 20 g (in alternativa aumentare a 110g i fiocchi d’avena)
  • granella di nocciole, 40 g
  • cioccolato fondente, 60 g
  • zucchero di canna, 90 g
  • margarina vegetale senza grassi idrogenati, 90 g 
  • latte, q.b.
  • lievito per dolci, mezza bustina
  • sale, un pizzico

Per capirci, il sapore è uguale uguale a quello dei Grancereale al cioccolato che mi sono sempre piaciuti molto! : )

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Amalgamare la margarina e lo zucchero con una frusta per ottenere una crema. A parte mescolare insieme la farina, il cacao, i cereali, la granella di nocciole, il lievito, il pizzico di sale e  il cioccolato spezzettato grossolanamente. Il processo è lo stesso con cui si fa la pasta frolla, ma non ci sono uova. Unire questi ingredienti alla margarina zuccherata e mescolare con un cucchiaio per amalgamare bene il tutto; aggiungere poco latte, quando basta per aiutare l’impasto a compattarsi. Quando è diventato una palla solida, metterlo a riposare per una mezz’ora in frigo in un sacchettino di plastica.   

Si può dividere l’impasto in palline e schiacciarle col fondo di un bicchiere infarinato direttamente su un foglio di carta forno sistemato sulla teglia, oppure per fare biscotti più precisi si può stendere la pasta. è un po’ appiccicosa, quindi non si può fare direttamente su un piano col mattarello, è comodo usare due fogli di carta forno un po’ infarinati: si appoggia l’impasto sul primo foglio, si copre con il secondo foglio e si spiana col mattarello finché non è circa mezzo centimetro di spessore. Poi si scopre e si ritagliano i biscotti con una formina. Si può fare lo stesso con un foglio di silicone.Cuocere in forno a 180° per 20 minuti.

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Come scritto da Robin e Bibi acchiappo l’invito a fare questo bel giochino per raccontarvi sette cose balzane che non sapete su di me,colori e ombre, corredate da foto trovate su Tumblr. Mi è molto piaciuto leggere cos’hanno scritto le altre blogger, è curioso vedere quante cose ci accomunano con le persone all’altro capo della rete, specialmente con quelle che osserviamo con più piacere! : )  Quindi partecipate numerosi…io intanto mi zavorro bene prima che il vento mi faccia volare chissà dove, uoooohhhhhhuuuuuuu! ^^

…magari finisco in qualche posto del genere…

1-  A quindici anni andavo a lezione di canto e il mio sogno più grande era incontrare Céline Dion per dirle che ha la voce più bella del mondo…avevo una totale adorazione per lei e la camera tappezzata delle sue foto! Ora non sono più così fanatica ma trovo difficilmente le parole per descrivere cosa mi si smuove dentro quando mi arriva alle orecchie una sua canzone. Mi sciolgo d’emozione, proprio.

2- Amo le orchidee: ho circa cinquanta piante di phalaenopsis nel mio salotto, completamente anarchiche, che nonostante le mie amorevoli cure fioriscono (o non fioriscono) a loro piacimento quando più gli aggrada. Queste piante le adoro, le trovo di una bellezza sconvolgente. I loro fiori sono piccoli gioielli: sembrano farfalle o ballerine dai tutù sgargianti. Dentro ci sono tutte le sfumature di rosa, di fucsia, di giallo, come i colori di un drago cinese, e sono elegantissime.

3- Un mio grosso difetto è che sono rancorosa: trovo molta difficoltà a rimettere insieme i cocci quando s’incrinano i rapporti con una persona. Se mi sono sentita ferita riesco a buttarmi tutto alle spalle con grandissimo sforzo e molto di rado. è un aspetto del mio carattere su cui devo lavorare, ne soffro molto…probabilmente anche per questo ho chiuso rapporti importanti che mi dispiace non aver provato a salvare.

 

4- Una pazzia che vorrei fare è prendere un pulmino Wolswaghen coloratissimo (con le tendine, certamente, e pieno di fiori dipinti, flower power!) e visitare l’Irlanda on the road in mezzo al verde.è un luogo che mi affascina tantissimo,sono impaziente di conoscere i suoi abitanti e le loro tradizioni. Poi il fatto che poi io sia una frana alla guida già a destra e sulla Panda non è minimamente contemplato, d’altronde per ora resta una fantasia, e poi faccio guidare l’Orso…chi viene con noi? : )

 

5- Vivere per buona parte dell’anno all’aperto mi ha fatto crescere dentro un grande amore per gli animali, da sempre. Dove abito d’estate si sente cantare l’allocco di notte, ci attraversano la strada l’istrice, i cinghiali e i caprioli, e c’è stato un periodo che una volpe venina a mangiare gli avanzi davanti alla nostra porta di casa. Da piccola volevo fare la veterinaria, e non una veterinaria qualunque, “io voglio fare quella che cura gli animali selvatici feriti e poi li libera”…e ci sono andata piuttosto vicina, sono stata indecisa fin da ultimo se all’università volevo  imparare a curare gli animali o le persone.

6- Quando conosco qualcuno che trovo interessante ne subisco molto il fascino, cado in una sorta d’innamoramento per cui mi viene da chiedermi “ma dov’eri nascosto, perché non ti ho conosciuto prima?”. Mi basta un particolare che mi attrae per cadere in questo stato di cose, e ovviamente, più mi sforzo di socializzare più mi rendo ridicola e m’impallo,mi escono dalla bocca certe stupidaggini che andrei a nascondermi. Mi capita soprattutto con le persone che incarnano alla perfezione tutto quello che vorrei essere: perlopiù persone dinamiche, spontanee, piene d’idee e d’interessi e molto sicure di sé. Io sono molto timida.

 

7- Della serie “piglia male”: ho molta, moltissima paura che il tempo corra via veloce e che troppo impegnata a rincorrere qualcosa mi farò trascinare dalla vita e mi accorgerò tardi di non aver concretizzato quello che mi piacerebbe fare, imparare e scoprire, da grande; detto alla mia età sembra esagerato, ma è inutile, ci penso spesso. Vorrei viaggiare, ma ci sarà tempo? Vorrei imparare una lingua straniera, ma ci sarà tempo? Vorrei tenere un orto e un giardino, ci sarà tempo per questo? Ho paura che non ce ne sia, che i vorrei diventino rimpianti.

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Nata balzana

ho bisogno di un posticino mio. Una torre, una stanza, un posto dove conservare libri, ricordi,sorrisi…tesori. Qualche raggio di sole ma anche un po’ di nuvole, quando sono troppo grigie e pesanti . Fiori. Profumi di dolce, di forno e spezie. Colori di orchidee, giallo tropicale e i baffi del mio gatto, la sua coda che mi fa il solletico. Un baule per chiuderci dentro le paure con un bel lucchetto pesante e riderne poi, tirandole fuori piccole piccole. Té zenzero e vaniglia, gelsomino,miele limpido giù per la gola. Neve. Crac crac di passi e poi silenzio. Amore, mattina di coccole. Culla. Cioccolato al peperoncino. Scaldami. Raso rosso e seta indiana, fiammelle di cera e incenso che brucia. Crocus e farfalle, muri colorati. Scarpe vagabonde.

Nata di marzo, nata balzana.

Presente e Passato

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